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giovedì 13 marzo 2008

Come migliorare X factor

X Factor Simona Ventura ScollaturaE’ facile nascondersi dietro le nuove tendenze del pubblico, i prime time concorrenti e il buco nell’ozono. Un buon programma non nasce imparato e non si può pretendere che faccia un successo immediato fin dalla prima puntata, specie se viene da un format. Lo stesso Amici ha dimostrato di sapersi (e doversi) reinventare praticamente da zero ottenendo il suo attuale successo.

Per questo oggi cercheremo di analizzare la versione italiana del serale di X factor, con alcune componenti del daytime, confrontandole la versione UK. Così da valutare insieme eventuali opzioni di miglioramento.

Partiamo da un dato confermato da alcuni autori nel web e da voi lettori: la struttura del programma è piuttosto buona. Il concetto di base del format, forse un po’ incrudelito dal sottoscritto, è questo: creare nel pubblico e nei partecipanti la consistente illusione di essere una star su un palco prestigioso per poter diventare davvero un nome nel mondo della musica. A livello di show, in Italia, questo torna solo parzialmente: lo studio inglese è quattro volte più grande mentre il “pimpato” studio di X Factor Italia, a ben vederlo, sembra poco più comodo di Zelig Off. Ne perde l’effetto evento, che ci può stare visto che gli eventi costruiti per la tv non funzionano ormai in tutto il mondo, trasformando però il programma in un prodotto pop di nicchia, che come ben potete immaginare, per la tv commercial-generalista in prime time, è un concetto dissonante.

Andiamo alle esibizioni: i ragazzi sono bravi (e telegenici da matti) . In queste settimane di intenso allenamento finalizzato ad una buona esibizione non possono che migliorare. Nella versione inglese moltissime performance sono abbinate al ballo. Sarà che siamo ancora dentro la generazione di Mtv, ma anche prima delle giovani reti musicali abbinare il ballo (o qualcosa si simile) al canto è fondamentale: lo fa “Buona Domenica“, lo ha fatto “I migliori anni“, lo fa “Cantando Ballando” su Canale Italia, ma qui non lo facciamo.

Vogliamo coniugare uno spettacolo di qualità con l’intrattenimento? I giudici devono essere meno morbidi. Sofferti, certo, ma non dire dopo trenta secondi di musica tensiva: ti elimino ma chiamami che domani ne parliamo fuori da questa trasmissione tv. L’opportunità dev’essere esclusiva, come in un campionato di calcio. Molte squadre sono buone, ma solo una deve godere i vantaggi della vittoria.

Per fare spettacolo vero quando si è in gara bisogna avere tre X Factor. Uno dei rischi percepiti nella prima puntata è che le emozioni arrivino a metà perchè i cantanti sono ancora nel mood dei provini, del gioco su chi vince. Invece il loro principale obiettivo dev’essere arrivare al pubblico. Un pubblico, che ancora una volta, sembra essere poco considerato, persino quando viene chiamato al televoto.

Facchinetti, per quanto inaspettata sia la sua capacità di condurre (togliendo la parola ai giudici al momento giusto, per esempio), qui non ha il Fattore X, non buca lo schermo (lo bucava come inviato dell’Isola dei famosi, invece) e nell’opinione comune giovanile non è considerato esattamente come “un grande”. Molto meglio un Alessandro Cattalan o una splendida Lucilla Agosti.

Un ultimo punto un po’ più generale: a parte qualche caso sporadico, in Inghilterra le esibizioni dei cantanti lasciano quasi sempre a bocca aperta. Puntiamo quindi tutto sull’emozione vera del canto, mostriamo meno nei daytime lo spiabile e lo stravisto, ma si faccia come accade oltremanica, dove ogni concorrente (e ogni giudice) usa spesso la telecamera rivolgendosi al pubblico, come in una sorta di documentario.

Chi gestisce il programma abbia ben presente questo: non bisogna mai illudersi di saper parlare il linguaggio dei giovani imitando (anche solo in parte) i modelli televisivi funzionanti. Il format e molti ingredienti sono ottimi, gestiamoli nel modo giusto.

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